Roma itinerario “alternativo”
Breve itinerario turistico “alternativo”: curiosità e leggende – arricchite di “polemica romana”.
La novità dell’itinerario che vi propongo, sta nel fatto di entrare in una Chiesa o in un Palazzo dall’ingresso principale, e uscire da una porta secondaria. Vedrete, l’effetto è sicuramente curioso.
Partenza da piazza Venezia > via del Corso > 2a traversa a sinistra (via del Caravita).
Arrivo in piazza S. Ignazio di Loyola
Qui si ammira (auto parcheggiate permettendo), prima la settecentesca piazza in stile “barocchetto”, progettata dall’arch. Filippo Raguzzini.
Edifici posizionati come quinte teatrali – poi la barocca chiesa, collegata all’edificio del collegio romano – la chiesa iniziata nel 1622, nel 1685 è ancora priva di cupola per esaurimento dei fondi.
Andrea Pozzo, la disegna su una tela di 17 metri di diametro, e vista da un cerchio giallo posizionato sul pavimento, al centro della navata, è praticamente impossibile distinguerla da una vera.
Proseguendo verso l’abside, la persona non esperta avrà un capogiro, vedendo la cupola “spostarsi e inclinarsi”.
La tela della finta cupola fu squarciata nel 1891 dall’esplosione della polveriera di Monteverde, e venne restaurata negli anni sessanta del 1900.
Negli anni venti del 1900, ci fu anche un progetto per costruire una cupola vera e propria, rimasto allo stato d’intenzione.
La volta della navata è il capolavoro di padre Andrea Pozzo, l’ultimo dei grandi studiosi della prospettiva e delle sue applicazioni, e raffigura la Gloria di S. Ignazio (1685 ca.)
Per illuminare la cupola, occorre la solita moneta; ma voi non la usate, perché se la cupola è illuminata, il trucco può essere svelato – casomai aspettate il solito turista giapponese che metterà un euro per voi.
Usciti dalla chiesa (e facendo attenzione ai motorini che sfrecciano), proseguite a sinistra in via del Seminario (prosecuzione di via del Caravita), e arriverete in via della Minerva.
Da qui, si ha l’alternativa di girare a sinistra fino alla Chiesa della Minerva, o a destra fino a piazza della Rotonda.
Se avete optato per la Chiesa della Minerva, sulla piazza potete ammirare il “Pulcino della Minerva”.
L’elefantino che sorregge l’obelisco, alto circa 5 metri, e rinvenuto (l’obelisco, non l’elefantino) nei giardini del convento dei domenicani nel 1665.
Il progetto dell’elefantino è del Bernini – “…è necessaria una robusta mente per sorreggere una solida sapienza”, dice l’iscrizione su uno dei lati della statua.
Bernini si era ispirato alla “battaglia d’amore in sogno di Polifilo” di Francesco Colonna, un romanzo del XV secolo molto conosciuto a quei tempi.
Nel romanzo, pieno di riferimenti simbolici, Polifilo incontra un elefante di pietra che trasporta un obelisco.
Padre Paglia obbiettò, in accordo con i canoni classici, che “nessun peso perpendicolare avrebbe dovuto poggiare sul vuoto perché non sarebbe stato solido né durevole”.
Quindi sarebbe stato necessario inserire un cubo di pietra sotto il ventre dell’elefante.
Bernini cercò di opporsi a questa modifica, avendo oltretutto già realizzato altre opere nelle quali elementi pesanti gravavano su spazi vuoti (la famosa fontana dei fiumi a piazza Navona).
Ma si decise comunque che il supporto venisse aggiunto.
Per questa ragione, dopo il suo collocamento nella piazza, la gente cominciò a chiamarla porcino della Minerva.
Il nome cambiò in seguito a pulcino, forse per un semplice motivo fonetico – ma Bernini macchinò una vendetta: nella versione definitiva.
Che poi fu realizzata dal suo allievo Ercole Ferrata nel 1667, disegnò l’elefante in modo che puntasse il sedere verso il convento domenicano, con la coda leggermente spostata, come a salutare padre Paglia e gli altri domenicani.
Entrate ora nella chiesa di “Santa Maria Sopra Minerva”.
Così chiamata perché costruita sul tempio di Minerva e conosciuta come unica chiesa gotica di Roma.
L’attuale edificio fu costruito a partire dal 1280, su progetto, di frà Sisto e frà Ristoro (quest’ultimo probabile inventore dei fast food), gli stessi che edificarono S.Maria Novella a Firenze.
Alla fine del secolo era già agibile per il culto, ma i lavori proseguirono nel corso del trecento, a rilento per l’assenza della corte papale trasferitasi ad Avignone.
Fino a che nel 1453 fu costruita la facciata attuale che peraltro nelle intenzioni di allora avrebbe dovuto avere un carattere provvisorio in attesa di eseguirne una più monumentale.
Tanto che nei secoli, fino all’Ottocento, si susseguirono i progetti ai quali non sarà dato seguito.
Nel seicento l’interno subirà diverse trasformazioni in stile barocco, finché tra il 1848 ed il 1855 il padre Girolamo Bianchedi effettuerà un ripristino piuttosto infelice delle linee gotiche originarie.
La semplice facciata, a guscio, simile a quella dell’Aracoeli, presenta tre portali, di cui notevole quello centrale.
Alla chiesa è annesso un immenso complesso conventuale, che in passato ospitò anche il tribunale dell’inquisizione ecclesiastica, di pertinenza dell’ordine domenicano, e nel quale fu pronunciata la condanna di Galileo.
Dopo il 1870, espropriato, divenne sede del Ministero della Pubblica Istruzione, poi delle Poste.
Oggi è sede di uffici della Camera dei Deputati, tra cui le commissioni parlamentari e la biblioteca, cui si accede da via del Seminario.
Ai domenicani è rimasto solo uno dei tre grandi chiostri interni al convento, rifatto nel 1559 su architettura di Guidetto Guidetti, mentre il chiostro quattrocentesco della cisterna è di pertinenza della Camera.
Il lato del convento lungo via di S. Ignazio ospita la biblioteca casanatense., donata nel 1698 dal cardinal Casanate.
Aperta nel 1725, dispone di uno splendido salone realizzato da Carlo Fontana, ed è ricca di oltre 300.000 volumi, specializzati nel settore storico-religioso.
Oltre ad una importante raccolta di argomento romano.
Da questa chiesa, come da molte altre di Roma, è interessante e divertente uscire da una porta secondaria e ritrovarsi in vicoletti, di sicuro effetto.
In contrasto con l’ingresso monumentale che tenevate a mente : naturalmente trovandovi in un vicolo, attenti a non pestare escrementi di cane, e non solo.
Così, se da questa chiesa uscite dalla porticina sul lato sinistro dell’abside, dove c’è la tomba del Beato Angelico, vi ritrovate in una stradina (via del Beato Angelico) che vi porta in via di Sant’Ignazio.
La strada che definisce il lato sinistro del Collegio Romano.
Voi però, essendo già stati in piazza Sant’Ignazio, girate a destra per tornare indietro, e vi ritroverete in via del Pié di Marmo, dove, presso l’incrocio con via S.Stefano del Cacco potete ammirare appunto un enorme, romano, piede di marmo con tanto di sandalo.
Proseguendo vi ritroverete ancora in piazza della Minerva.
Passate dietro il Pantheon, e percorrete tutta via della Palombella fino a trovarvi in piazza Sant’Eustachio.
In alternativa, e se non siete andati a visitare la Chiesa della Minerva, girando a destra da via del Seminario, vi ritrovate a piazza della Rotonda, e sempre alla ricerca di curiosità, alzate lo sguardo sull’edificio d’angolo, sul lato sinistro della fontana, guardando il Pantheon.
Leggete una targa che racconta che il Municipio di Buenos Aires donò il legno per pavimentare la piazza, e poi probabilmente coperto.
Attualmente, sotto qualche metro di pietre e asfalto, c’è ancora la pavimentazione in legno.
Ora (se non vi siete incastrati fra i tavoli di bar e pizzerie che occupano tutta la piazza e non siete inciampati in qualche lattina o bottiglia di birra, lasciate dai “civili” nordici turisti)…
Recatevi comunque a piazza Sant’Eustachio, per prendere l’immancabile caffè.
Tanto avete risparmiato le monete, per illuminare la cupola di Sant’Ignazio, poi girando a destra potete recarvi alla Chiesa Nazionale dei Francesi (S. Luigi dei Francesi).
Qui potrete ammirare tre favolosi quadri del Caravaggio raffiguranti scene della vita del Santo, dato che per illuminare i quadri occorre l’immancabile euro.
Aspettate il turista giapponese che avevate incontrato nella chiesa di Sant’Ignazio,poi quando la luce si spegnerà, dopo pochi secondi, andatevene borbottando per i soldi “rubati”.
L’elegante facciata, ornata delle statue di Carlo Magno e di San Luigi di Francia, è di Giacomo della Porta.
Tornando indietro; da piazza Sant’Eustachio, girate a sinistra per entrare nel cortile del Palazzo della Sapienza.
Naturalmente lo troverete chiuso.
Allora maledite il governo, che non c’entra niente, ma ci sta bene comunque.
Se la maledizione funziona, e se è domenica mattina, per incanto il portone si aprirà.
Ammirato il cortile cinquecentesco ecco l’antica sede universitaria.
Tant’è che su un lato del palazzo c’è la cosiddetta “fontana della sapienza” .
Un libro aperto, dal quale sgorga “saggezza”, dove si abbeverano gli studenti prima di sostenere un esame, oltre che, naturalmente, il turista giapponese di prima.
Che confondendo le tradizioni, butterà un euro nella fontana.
Girate lo sguardo sulla più bella chiesa romana: Sant’Ivo alla Sapienza.
Questa opera realizzata da Della Porta, è considerata l’espressione più alta del genio borrominiano, per molti, il meglio che il barocco.
La pianta della chiesa rievoca la geometria della forma del triangolo e della stella, riecheggiando a motivi simbolici e allegorici.
L’originale struttura è basata sulla fusione di due triangoli equilateri (simbolo della Trinità), che danno vita a una pianta esagonale a stella.
Il tortuoso profilo si mantiene inalterato per tutta l’altezza della chiesa, continuando nelle sue intrigate linee anche nelle volte della cupola.
Proprio la cupola è il “pezzo” più importante che questa architettura offre.
La lanterna che si erge al termine della cupola ha una particolarissima forma a spirale, che sembra bucare il cielo di Roma – anche se poco conosciuta dai turisti, è certamente uno dei più bei gioielli architettonici della città.
Prima di uscire, gettate uno sguardo bieco a tutti quelli che sono entrati, e hanno commentato: “tutto qui?! Credevo fosse più grande…”.
Ora uscite dal cortile della Sapienza, dalla porta opposta a quella da cui siete entrati.
Vi ritroverete in corso Rinascimento.
Traversata la strada, entrate dalla porta “secondaria” della chiesa di “S. Giacomo degli Spagnoli”, costruita prima del giubileo del 1450 (porta adesso il nome di “Nostra Signora del Sacro Cuore”).
Venne realizzata in due tempi.
La parte più antica è appunto quella verso la Sapienza, da dove siete entrati.
La semplice facciata rinascimentale su piazza Navona conserva di antico la parte inferiore tripartita da lesene, con tre portali.
Con gli edifici annessi, ad uso di ospizio, costituì a lungo il centro della presenza spagnola a Roma.
Sono rimaste famose le solenni celebrazioni pasquali con processioni nella piazza parata a festa, a cura della confraternita della Resurrezione, stabilita nella chiesa –
Ammirata la chiesa, uscite dalla porta sul lato sinistro del presbiterio, e…
Magia, vi ritrovate nella splendida piazza Navona.
Data la presenza di tutti quei bar, e dato che il caffè lo avete già preso a Sant’eustachio, vi sarà venuta voglia di un gelato.
Avete saputo che a Piazza:Navona lo fanno ottimo – infatti c’è il turista giapponese che ne sta pagando uno.
Voi sbirciate e vi accorgete che ha dato dieci euro, e la cassiera non gli ha dato il resto; allora non vi resta che ripiegare su una gelateria di qualche strada secondaria.
Tornati a piazza Navona per visitare la Chiesa di Sant’Agnese; ma prima terminate il gelato.
Non è educato sgocciolare la cioccolata sul pavimento del Borromini.
Eretta nel XVII sec. da G. e C. Rainaldi e compiuta dal Borromini nel 1657, ha una originalissima facciata concava di grande effetto, un’aerea cupola ed uno splendido interno a croce greca con numerosi dipinti e statue.
Si può chiedere di visitare il sotterraneo, con ruderi dello stadio di Domiziano ed una pala marmorea dell’Algardi, oltre all’oratorio medioevale.
Attenzione : la chiesa è naturalmente aperta la mattina, il pomeriggio apre alle 18.
Infine è da ricordare che le campane provengono dalla cattedrale di Castro, città del viterbese distrutta nel 1649 da Innocenzo X, la cui tomba è proprio in questa chiesa (possinammazzallo!).
La popolazione che fuggì da Castro, andò a infoltire il vicino paese di Ischia di Castro.
Altro particolare curioso su Innocenzo X, è il fatto che dato che la sua stanza era adiacente alla cupola, aveva fatto aprire una finestrella sul tamburo della cupola stessa, dalla quale assisteva alla messa senza scendere.
Voi, invece, ora siete scesi nei sotterranei, e, dato che per andare in chiesa eravate saliti, ora vi ritrovate ad altezza strada, e potete chiedere di uscire dal retro su via di Santa Maria dell’Anima n° 30, e da qui recatevi in via di Tor Millina.
Percorrete via di Tor Millina, girate a destra in via della Pace.
Vi troverete di fronte la Chiesa di Santa Maria della Pace.
Aperta solo la domenica alle 11 – altri giorni, rivolgersi alla portineria in via Arco della Pace 5, ore 9-12 e 16-18.
L’architetto che ne iniziò i lavori verso il 1480 e’ forse Baccio Pontelli.
Nel 1656 Pietro da Cortona la completò ed aggiunse la convessa facciata barocca preceduta da un pronao a colonne doriche.
Conserva le bellissime “Sibille”, affresco di Raffaello, una cappella del Sangallo, un affresco del Peruzzi e l’altare maggiore del Maderno – mirabile per eleganza e armonia, il chiostro, capolavoro del Bramante.
Il chiostro invece è sempre visitabile, perché sede di mostre permanenti, e proprio da qui, se non siete riusciti ad entrare nella chiesa, è possibile sbirciare da una vetrate che è all’ingresso, l’interno della chiesa.
Salutate il giapponese che è uscito dalla visita della mostra e seguitelo in vicolo della Pace, passando sotto un arco.
All’angolo con i muri della chiesa, troverete sicuramente una montagna di spazzatura abbandonata; alzate gli occhi e leggete l’editto di qualche cardinale che vieta severamente di “gettare immondezza di sorte alcuna”.
Di questi editti ce ne sono a Roma circa 57 : ora girando a sinistra, vi trovate in vicolo della Volpe.
Proseguite fino a via dei Coronari.
Questa strada, famosa per i negozi di antiquariato, è meno conosciuta per i suoi favolosi cortili, perché non sempre accessibili al pubblico.
Con un piccolo blitz, o chiedendo il permesso, la dove c’è il portiere, o seguendo il giapponese, vi consiglio di visitare almeno il cortile di Palazzo Diamanti.
Classico esempio di quella stratificazione architettonica così frequente a Roma dove il rinascimento convive con il barocco ottenendo quel “pittoresco” tanto declamato dai viaggiatori del XIX secolo.
Ai numeri 156-7, invece, trovate la casa di Fiammetta Michaelis, la celebre cortigiana preferita di Cesare Borgia, la cui salma si trova nella vicina Chiesa di Sant’Agostino.
Questa è un tipico esempio di casa dell’inizio del ‘400 con elementi medioevali – a dire il vero Fiammetta non è stata solo l’amante di Cesare Borgia, ma anche del poeta Nicolò Ammannati, e quindi, siccome uno più uno fa due, sono anche due le case di Fiammetta.
L’altra si trova in una traversa di via dei Coronari, e precisamente in piazza Fiammetta – pensate l’unica cortigiana al mondo alla quale è stata dedicata addirittura una piazza!
Se vi trovate ora in piazza Fiammetta, date uno sguardo anche a Palazzo Sampieri, costruito nella prima metà del ‘500 e, sempre della stessa epoca, a Palazzo Ruiz –
Tornate in via dei Coronari, perché dovete ancora intrufolarvi nello stupendo cortile di Palazzo Bonaventura, al n° 28.
Altro cortile da non mancare è quello di Palazzo Taverna.
Per la verità ha il suo ingresso in via di Monte Giordano 36, una strada parallela a via dei Coronari, ma ha un ingresso secondario (a noi piacciono gli ingressi secondari), proprio qui, in via dei Coronari.
Nel cortile maggiore del palazzo si trova una bellissima fontana.
Composta da una grande vasca ellittica e tre catini, uno sopra l’altro.
I catini sono sorretti da balaustri e tra loro ci sono anse ornate con conchiglie.
L’acqua scaturisce con un getto verticale alla sommità e ricade da un catino all’altro e di conchiglia in conchiglia lungo le anse.
Se poi riuscite a visitare anche il palazzo, ne vale proprio la pena – antica dimora degli Orsini e dei Borgia, fu eretto nel secolo tredicesimo e citato da Dante nella divina commedia.
L’edificio si sviluppa su due ali: una barocca e uno in stile impero.
Visitate anche il Palazzo del Drago e altri che scoprirete da soli.
Perché io non me li ricordo più, ma non tralasciate la vicina Chiesa di San Salvatore in Lauro dove c’è un chiostro, che è un capolavoro dell’ arte del rinascimento.
La denominazione “lauro” sembra provenire dal fatto che in quel punto c’era un boschetto di allori.

